"Non so bene perché, ma c'è qualcosa nell'orso che induce ad amarlo"
J. O. Curwood

martedì 22 agosto 2017

Pareri diversi


Pubblichiamo le diverse opinioni di due illustri esponenti della conservazione in Italia, il Dott. Franco Tassi e il Dott. Carlo Frapporti, sull'abbattimento dell’orsa KJ2 in Trentino, convinti che solo il confronto critico possa migliorare la conoscenza di tutti su un argomento così delicato come la convivenza tra uomo e orso.

SOS ORSI, DAL TRENTINO CON ORRORE
Le cronache dal Fronte della Natura d’Italia sono sempre più sconfortanti: Orsi uccisi o imprigionati, alluvioni di chiacchiere inutili, incompetenza dilagante, continui fallimenti. Un primato europeo?
All’apice della calura estiva, il CAOS (=CAso OrSo Italia) è esploso dirompente sulle cronache, suscitando conflitti e polemiche, dalle Alpi agli Appennini. L’episodio più drammatico è stato quello dell’Orsa KJ2, condannata a morte senza contraddittorio né appello, per il solo fatto di esistere, lasciando orfani i suoi orsacchiotti. Sul Fronte di una Natura che si giura di amare e proteggere, ma che è invece sempre più assediata, rapinata e meno rispettata. Proprio come era accaduto in precedenza con Daniza… Storie diverse, destini separati, ma sempre con un comune, fatale epilogo: la morte.
La responsabilità del fallimento è certamente politica, ma la tecnocrazia e i baronati non ne escono affatto indenni. E la stampa? Pronta a fantasticare e a drammatizzare, sbattendo la “belva feroce” in prima pagina, non è certo innocente. Per far cassa, avrebbe intervistato anche Topo Gigio, ma si è ben guardata dall’approfondire la vicenda, scavare la memoria storica, sentire le voci di coloro che avrebbero potuto chiarire la verità. E forse anche aiutare a trovare soluzioni…
Noi abbiamo invece interpellato l’esperto che più a lungo in Italia aveva difeso con forza la Grande Fauna, producendo ricerche e documentari, svolgendo corsi universitari, promuovendo provvedimenti di tutela e scrivendo articoli, pubblicazioni e libri (oggi misteriosamente scomparsi dalla circolazione): Franco Tassi, Fondatore e Coordinatore del Gruppo Orso Italia. Il quale, avendo salvato e diretto per un terzo di secolo il Parco Nazionale d’Abruzzo, lo aveva trasformato in un sicuro esempio-pilota di successo a livello internazionale. Ecco la risposta, che conferma le precise strategie che aveva invano indicato in passato.
Gli Orsi oggi vaganti in Trentino non sono quelli storicamente originari di questo territorio, sterminati fino all’ultimo individuo appena pochi decenni fa. Sono il risultato di una “immigrazione forzata” di tipo speciale. Si tratta infatti, come nel caso dei Pirenei Francesi, di individui acquistati anni fa in Slovenia, e introdotti poi nel Trentino, con un ambizioso progetto animato dalle migliori intenzioni, ma assai poco consapevole delle strategie da seguire di fronte a personalità evolute e complesse come quelle dei plantigradi. Strappare un pacifico animale vagabondo a montagne boscose, tranquille e poco popolate come quelle della Slovenia, catapultandolo all’improvviso nei territori ben più ampiamente antropizzati del Trentino, dove tra malghe e colture, attività turistiche e sportive, l’incontro con l’uomo è assai più frequente, può creare non pochi conflitti. La gente locale, non preparata, si trova davanti a sorprese inattese, e non sa come comportarsi. E che dire dell’Orso, costretto ad affrontare una quantità di situazioni impreviste? Incontri ravvicinati sempre stressanti per un animale selvatico, e particolarmente delicati per una femmina con i cuccioli. Malgrado questo, l’Orsa di solito non si dimostra realmente aggressiva, ma si esibisce in finti attacchi per allontanare gli intrusi dalla propria prole. Perché se davvero uno di questi animali avesse voluto combattere un presunto nemico, questo non sarebbe qui a raccontarlo…
Forse pochi sanno, che da tempo era iniziato un ritorno spontaneo di Orsi dalla Slovenia, lento ma progressivo, e un individuo era stato persino filmato nel Parco Nazionale dello Stelvio! I plantigradi ormai abbondanti in Slovenia avrebbero cercato nuovi territori, trovando da soli gli ambienti più remoti e meno disturbati, e sarebbe stato fondamentale coadiuvarli in questa “espansione spontanea”. Si sarebbe formata una popolazione vitale, senza grandi spese e problemi, assecondando le leggi della Natura.
Inutilmente, il Gruppo Orso aveva tentato di spiegare che sarebbe stato assai meglio favorire questo graduale ritorno del grande mammifero vagabondo, creando un “corridoio ecologico” di ambienti naturali non contaminati da veleni, e ricchi di frutta, bacche e insetti, sostenuto anche dagli stessi produttori di mele. Una larga “fascia biologica” di “mele con il baco” avrebbe comportato sì, qualche piccolo sacrificio ai non certo indigenti produttori di frutta, ma avrebbe garantito notevole prestigio ecologico e altissima visibilità. Si è preferito invece scavalcare le leggi della Natura, puntando diritto ai fondi dell’Unione Europea (si parla di circa 8 milioni di Euro, ma c’è chi sostiene che i fondi pubblici assorbiti dall’operazione, con buona pace della Corte dei Conti, risulteranno molti di più).
Si è così soddisfatto il bisogno della Slovenia di “vendere” fauna, certo: e anche quello di accademici e tecnocrati di governare la situazione. Confidando troppo nelle moderne scienze, tecnologie e farmacologie (catture, trasporti, manipolazioni, radiocollari, microchips, trasmettitori, gps, trappole nascoste, armi spara-siringhe, dardi, sedazioni, anestesie, narcotici, tranquillanti, monitoraggi: e chi più ne ha, più ne metta). Ma poi, come si fa a individuare una creatura vivente non con un nome di persona, o di località, ma con una sigla del tipo XKJ? Presto, in omaggio alle “magnifiche sorti e progressive”, dovremo riconoscerla con un “codice a barre”?!? Con i risultati, che sono sotto agli occhi di tutti…
Perché purtroppo si è lasciato ben poco spazio alla cultura e all’emozione, alla curiosità e alla scoperta, all’informazione e all’educazione ambientale, dalle scuole ai mezzi di comunicazione: e cioè alla strategia illuminante, che avrebbe in breve tempo cambiato la mentalità dominante… Soprattutto se una parte di quei fondi fosse stata spesa a formare e impegnare giovani informatori locali, per illustrare i grandi vantaggi culturali, naturalistici, ecologici, eco-turistici del ritorno di una specie-totem come questa. Come mai negli USA gli Orsi (vedi Yellowstone e dintorni: Yoghi, Bubu, Teddy Bear e Smokey the Bear) rappresentano simboli amatissimi della Natura Protetta, mentre da noi ci si affanna a perseguitarli e massacrarli? Non è anche questo un segno di profonda inciviltà?
Qualcuno dovrebbe spiegare alla gente che respinge questo pacifico bestione che, se le loro foreste e montagne saranno capaci di ospitare, mostrare e difendere la Grande Fauna, le comunità locali ne trarranno notevoli benefici. Così avviene sempre nei Parchi di tutto il mondo, anche a due passi da noi. Lo dimostrano, con fatti e cifre inconfutabili, il Parco Nazionale d’Abruzzo pioniere delle Aree Faunistiche, i Parchi di Visione in Francia e gli Itinerari Faunistici del Parco Nazionale della Foresta Bavarese. Non è certo un caso, se i villaggi adiacenti a queste lungimiranti realtà sono oggi i più frequentati, floridi e partecipi dell’intero comprensorio.
Ma in Italia si preferisce seguire strade diverse: e i disinvolti operatori attuali, tanto nelle Alpi quanto negli Appennini, vantano autorità assoluta e sdegnano aiuti, informazioni e consigli. Erano e sono ancora sostenuti dalla ridicola pretesa di saper addomesticare la Natura selvaggia, non educando l’uomo, ma “robotizzando” l’orso. Non li sfiora l’idea che rispettare la parte più integra del territorio, lasciare l’ecosistema alla libera e spontanea evoluzione, saper convivere con la straordinaria Biodiversità che hanno la fortuna di custodire, sia la vera prova di civiltà e rappresenti il miglior investimento per il futuro.
Un Trentino che avesse potenziato il Parco dello Stelvio, anziché disgregarlo; che avesse accolto l’Orso a braccia aperte; e che avesse investito sulla cultura della Natura, anziché su quella di mattoni, impianti e cemento, sarebbe diventato un fiore all’occhiello del Bel Paese e un grande attrattore eco-turistico internazionale.
Invece, non ha voluto ascoltare… Ora si parla di boicottarne prodotti e turismo, e il Trentino è messo alla gogna di fronte al mondo. E quindi, come era facilmente prevedibile, ha perso. O meglio, abbiamo perso tutti, dimostrando ancora una volta che l’uomo contemporaneo, chiuso nel proprio miope egoismo, non sembra più capace di vivere in armonia con la vera Natura.
Franco TASSI
Gruppo Orso Italia
GRUPPO ORSO ITALIA
Costituito fin dal 1983 presso il Centro Studi Ecologici Appenninici del Parco Nazionale d’Abruzzo, il Gruppo Orso Italia, coordinato dal prof. Franco Tassi, è uno dei più qualificati nuclei volontaristici di ricerca, impegno e difesa dello straordinario plantigrado, attivo ormai da oltre trent’anni.
COMITATO PARCHI – Comunicato stampa n.152 – agosto 2017


RISPOSTA DI CARLO FRAPPORTI

Allora che l’orsa KJ2 sia stata abbattuta solo per il fatto di esistere qualcuno lo vada a dire all’uomo aggredito 2 anni fa, rimasto invalido e come tale anche senza lavoro.
Qualcuno dica anche “all’esperto che più a lungo in Italia aveva difeso con forza la Grande Fauna” che PRIMA di dare inizio al progetto Life Ursus si è tenuto in Trentino (Viotte del M.te Bondone) un convegno internazionale con i massimi esperti di orso a livello europeo che, CONCORDI SULL'OPERAZIONE, hanno portato il loro contributo e suggerimenti di cui si tenne conto nella stesura finale del progetto stesso. Un corposo e autorevole Studio di Fattibilità del Progetto ha preceduto il progetto stesso. Gli si dica anche che gli orsi in Trentino (unico posto di tutte le Alpi, probabilmente grazie anche ai vituperati trentini) non sono stati sterminati fino all'ultimo individuo anzi, quando sono stati reintrodotti gli orsi dalla Slovenia erano ancora presenti 3 individui ahimè solo maschi molto anziani (è stato anche documentato il contatto tra un orso autoctono “trentino” e un’orsa “slovena”). Gli orsi del Trentino e quelli dei Balcani sono divisi solo da 150 anni di storia. Centocinquanta anni nella storia evolutiva di una specie non significano assolutamente nulla. L’“ambizioso progetto animato dalle migliori intenzioni” ha ricevuto l’avvallo di alcuni Ministeri italiani, dell’INFS (ora ISPRA) e della Comunità Europea, vedendo coinvolti diversi professionisti. Ha ricevuto anche il plauso dei maggiori esperti mondiali di orso nel corso della 16° Conferenza internazionale sull'orso (IBA) tenutasi a Riva del Garda (TN) nel 2005. Ovviamente ha ottenuto anche l’avvallo delle regioni confinanti; Veneto e Lombardia e Sud Tirolo. E’ tutt’oggi considerato a livello internazionale (tra gli esperti e professionisti del settore, non dagli avventori dei bar) come un modello di gestione e di “reintroduzione, pur con i limiti e gli errori che caratterizzano ogni agire umano. La conferma di quanto non fosse “campato in aria il progetto” l’hanno data anche… gli stessi orsi, passando da 9 individui ai circa 60 attuali in poco più di 15 anni. Per quanto concerne l’”espansione spontanea”, se in Trentino avessero dovuto aspettare quella avrebbero aspettato a lungo e dopo un po’ (diverse decine d’anni) le “braccia aperte” (menzionate nel comunicato) ora rattrappite e indolenzite sarebbero cadute! Nessun orso “spontaneo” si è mai riprodotto in territorio italiano dopo esser venuto dalla Slovenia. Molto probabilmente nessuna orsa è mai venuta spontaneamente in territorio italiano. Si vedano i campioni genetici raccolti in Friuli Venezia Giulia. Purtroppo l’“espansione spontanea” con cui “si sarebbe formata una popolazione vitale, senza grandi spese e problemi, assecondando le leggi della Natura” non si è mai concretizzata, né pare vi siano prospettive che si realizzi, almeno nel breve e medio termine… Lo sanno bene gli amici del Friuli Venezia Giulia che da più di un trentennio convivono con pochi orsi MASCHI, che passano solo parte dell’anno in territorio italiano. Il “ritorno graduale lento ma progressivo” non è mai avvenuto e forse non avverrà mai, e questo lo hanno sancito (oltre agli orsi stessi) i maggiori esperti internazionali della specie quando hanno suggerito di traslocare artificialmente alcuni individui. Negli ultimi 100 anni nessun orso proveniente dalla Slovenia ha MAI spontaneamente attraversato l’Adige arrivando nel Trentino occidentale. Chi sostiene il contrario o è in malafede o non conosce assolutamente i fatti e sparla tanto per sparlare. Non esiste nessun documento "inoppugnabile" che testimoni il contrario! Un orso maschio (denominato Fritz, dal nome del forestale che per primo ha trovato le tracce nel bellunese), negli anni 90' è arrivato spontaneamente dal Friuli Venezia Giulia fino al Trentino orientale, più precisamente arrivando fino alla Val dei Mocheni a circa 30km in linea d'aria dal capoluogo Trento. Di questo animale si son perse le tracce anche se “voci” lo vorrebbero abbattuto illegalmente nelle vallate del Vanoi tra Trentino orientale e Veneto (BL), atre più fondate (genetica) abbattuto legalmente in Slovenia. Un secondo esemplare, sempre maschio, denominato M5 (conosciuto anche con il nome "Dino") è arrivato nel 2009 nel Trentino orientale; dopo varie scorribande e razzie soprattutto nella zona dell'altopiano di Asiago (VI) è tornato in Slovenia dove è stato abbattuto da un cacciatore il 15 marzo del 2011. Nessun altro orso è arrivato spontaneamente in Trentino; E MEN CHE MENO IN TRENTINO OCCIDENTALE e/o NELLO STELVIO.
Ad ulteriore testimonianza (semmai servisse!) di come il Comunicato del Prof. Tassi sia stato scritto senza la benché minima cognizione di quanto accadde sull’arco alpino, si fa notare che, oltre a non esistere nessuna espansione naturale, semmai succede ESATTAMENTE IL CONTRARIO! Negli ultimi anni almeno 2 orsi NATI IN TRENTINO sono emigrati nell’area del triangolo F.V.G./Austria/Slovenia e più precisamente nelle zone a cavallo col confine sloveno. Nonostante il F.V.G. sia in continuità ecologica con la Slovenia e malgrado lì vi siano almeno 500 orsi, negli ultimi anni METÀ dei campioni genetici raccolti in FVG, erano riconducibili a orsi PROVENIENTI DAL TRENTINO, che di orsi ne conta poco più di un decimo ed è assai più lontano! Voglio ricordare che, dal 2007 "... Il Servizio Foreste e Fauna, predispone un documento a cadenza annuale, denominato "Rapporto orso", inerente la situazione dell'orso bruno e l’attività di gestione ad esso collegate. L'obiettivo è duplice: da un lato fornire una corretta informazione, aggiornata e dettagliata sullo status della piccola popolazione di orsi che gravita nel Trentino occidentale e nelle regioni adiacenti, dall'altro registrare in maniera sistematica una serie di dati il cui utilizzo periodico da parte degli addetti ai lavori necessita di un documento per quanto possibile completo ed esaustivo...". IL Rapporto è scaricabile gratuitamente da qui: https://orso.provincia.tn.it/Rapporto-Orso-e-grandi...
Si dà conto nel dettaglio di tutte le attività di monitoraggio, gestione dei danni, gestione delle emergenze, formazione del personale, comunicazione. Una montagna di fatti e dati, a fronte di opinioni e chiacchiere! Leggere qualche dato oggettivo a volte non guasta, e forse così si potrebbe parlare avendo…qualcosa da dire! Il Rapporto è stato un buon esempio per i colleghi abruzzesi, che negli ultimi anni hanno cominciato a produrre un documento analogo.
Spiace vedere che “l’esperto che più a lungo in Italia aveva difeso con forza la Grande Fauna” citi ad esempio altre realtà europee, come Francia e Germania dove, LI SÌ, sono stati in grado di distruggere completamente, portandola all’estinzione, la “Grande Fauna” Orsi, lupi e linci in primis. L’unico orso arrivato autonomamente in Germania negli ultimi 30 anni era JJ1 un giovane maschio di 3 anni (nato in Trentino) immediatamente abbattuto “gratuitamente” a fucilate in Baviera! Val la pena ricordare anche, come nel paese di “Yoghi, Bubu, Teddy Bear e Smokey the Bear che rappresentano simboli amatissimi della Natura Protetta” sono stati in grado di estinguere negli ultimi 50 anni l’orso bruno (Ursus arctos) in quasi tutti gli stati ed in oltre il 95% del territorio originale.
Solitamente, io, cerco di parlare SOLO delle cose che conosco; il nome degli orsi in Trentino veniva dato (ora non è più così) in base alle iniziali della madre e del padre dell’individuo stesso più il numero della discendenza; l’orsa KJ2 era quindi la secondogenita, figlia di Kirka e Joze, trovo curioso che qualcuno decida come deva operare un Ente pubblico autonomo a più di 600 km di distanza. Non credo che nessun trentino sia andato a Pescasseroli per dire all’allora Direttore Dott. Franco Tassi, cosa doveva o non doveva fare, né men che meno, come doveva chiamare i “suoi” orsi (per altro non sapevo dell’esistenza, in Abruzzo, del paese… “Yoga”!)! Il Trentino ha adottato la condivisibile scelta di non dare nomi agli orsi per non umanizzarli; l’orso è selvatico; è la cosa più selvatica che abbiamo, nel nostro immaginario. Umanizzarlo è offenderlo, ridurlo, in qualche modo soggiogarlo. Trovo ancor più curioso, che quando si è dato inizio al progetto per riportare la specie orso sulle Alpi, nessuno abbia trovato nulla da ridire; ANZI. Nemmeno l’allora Direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, si disse contrario. E adesso? Tutti bravissimi con critiche suffragate dal…. NULLA!
Credo sia stato Catone a dire: “la parola ce l’hanno tutti, il buon senso solo pochi”! Voglio concludere osservando che non mi sembra assolutamente questo il metodo per fare una corretta comunicazione/educazione, sparlando a vanvera di cose che non si conoscono assolutamente, portando argomentazioni campate in aria senza il benché minimo sostegno da parte di nessun dato attendibile. Mi chiedo anche se non sarebbe il caso di fare un bagno di umiltà e chiedere scusa a quanti, tutti i professionisti seriamente impegnati (e non parlo ovviamente di me!), hanno lavorato, e lavorano con dedizione impegnandosi per la buona riuscita del progetto volto a riportare stabilmente la specie sull’arco alpino!
Credo che questa utopia delle scuse non succederà mai!
Cordiali saluti

Carlo Frapporti

domenica 13 agosto 2017

Abbattuta in Trentino l'orsa KJ2


Quasi in risposta al nostro ultimo articolo sulla necessità di convivere con l’orso, è appena giunta la triste notizia dell’abbattimento, per mano di pubblici ufficiali, dell’orsa KJ2, in esecuzione dell’ordinanza del presidente della provincia autonoma di Trento, Ugo Rossi, dopo che era stata verificata la pericolosità dell’animale, ritenuto responsabile di due attacchi a persone, l'ultimo ai danni di un pensionato che, secondo alcune fonti, avrebbe provocato la reazione dell'animale colpendolo con un bastone.

L’intervento di “rimozione” è previsto dal Protocollo orsi problematici della provincia autonoma di Trento, secondo un approccio gestionale incentrato più sulla conservazione della popolazione che su quella del singolo individuo.
Ci poniamo la domanda: quale orso sfuggirà alla rimozione se il livello di tolleranza e di accettazione della specie da parte della popolazione locale è così basso da aver portato nel solo 2016 al ritrovamento di 3 orsi morti per cause riconducibili alla mano dell’uomo?

Un passo indietro


Le recenti interazioni tra uomini e orsi, sia in Trentino sia in Abruzzo, ci spingono a riprendere il tema della convivenza con questo animale unico, straordinario. L’oggettiva gravità dei due eventi, il ferimento di un pensionato in Trentino il 22 luglio e il 29 luglio l’ingresso di un orso marsicano in un’abitazione di Villavallelonga, in cui ha cercato riparo dopo esser stato allontanato da un pollaio, ci ha imposto una doverosa cautela, nel rispetto delle persone coinvolte. I fatti che hanno seguito alle prime ricostruzioni sembrano, però, confermare i nostri dubbi, specialmente per quanto riguarda il comportamento, definito aggressivo, dell’orsa con cuccioli KJ2 che, stando alle evidenze emerse il 1 agosto, non ha attaccato da tergo il pensionato, come si era affermato in un primo momento, ma ha reagito alle bastonate dell’uomo, spaventato dall'improvvisa comparsa dell’animale e dalla disputa tra questi e il suo cane.
A Villavallelonga, invece, l’orso si è introdotto nell’abitazione in cerca di una via di fuga, suscitando comprensibile spavento nei genitori con due bambini piccoli, svegliati dall’intrusione del plantigrado nel cuore della notte dall’esser costretti a calarsi in strada dal balcone. L’intervento tempestivo delle guardie del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e, successivamente, del veterinario, ha consentito di restituire l’animale all’ambiente naturale, ma non ha attenuato le polemiche di parte della popolazione e del primo cittadino che invocano la rimozione dell’esemplare “problematico”, conosciuto con il nome di Mario.
In entrambi i casi è stato stigmatizzato il comportamento dell’orso, anziché porre la dovuta attenzione sull’impreparazione degli uomini. Per quanto riguarda il Trentino, la reazione dell’uomo alla vista dell’orso è stato il fattore scatenante dei morsi che lo avrebbero ferito (morsi che avrebbero potuto ucciderlo se l’orso ne avesse avuto l’intenzione). Nel caso dell’orso marsicano, invece, è stata verosimilmente l’abbondanza di risorse disponibili (scarti di cibo, piccoli allevamenti mal protetti, ecc.) ad attirarlo nei paesi della Vallelonga, in cui ha causato più di un centinaio di danni dall’autunno dell’anno scorso, determinandone il condizionamento alimentare. In entrambe le circostanze, la reazione preponderante da parte di cittadini e amministratori è stata quella di invocare la “rimozione” degli orsi, intesa come riduzione in cattività o soppressione, invece di riconoscere le umane responsabilità alla reazione di questi ultimi a contesti ambientali fortemente antropizzati. Preoccupa notare quanto sia basso il livello di accettazione dell’orso da parte delle comunità locali, così come appare dalle dichiarazioni di molti portatori di interesse, e la cronica incapacità di fare un passo indietro rispetto al “non umano”, ovvero ciò che è naturale e che sfugge al nostro controllo, al punto da instillare forti perplessità anche in alcuni addetti ai lavori sull’opportunità della reintroduzione degli orsi in Trentino. Allora torna particolarmente utile il ricorso a linee di demarcazione convenzionali tra ambiente antropico e ambiente naturale. Così, confrontandoci con i residenti di alcuni paesi nel territorio dell’orso marsicano spesso sentiamo ripetere questa frase: “L’orso deve fare l’orso e starsene in montagna. Un orso che scende in paese non è un orso!”.
Resta particolarmente difficile, in aree urbane circondate da monti e da ambienti adatti alla biologia della specie, tracciare un confine insormontabile tra ciò che appartiene all’uomo e ciò che appartiene all’orso. L’incontro tra il pensionato e KJ2 dimostra quanto questo confine sia particolarmente labile, quando si pretende di modificare il comportamento degli orsi anche nel loro ambiente naturale, anziché modificare quello degli uomini.
L’orso è al vertice della catena alimentare come l’uomo. Come noi è un onnivoro ed è caratterizzato da una spiccata intelligenza che gli consente di adattarsi alle situazioni ambientali traendone il massimo vantaggio. Nel rapporto costi-benefici, nutrirsi nei paesi conviene, anche se espone a dei rischi che, evidentemente, gli orsi trascurano, ovvero l’interazione con gli esseri umani. Questo non vuol dire che non ci sia cibo in montagna, come taluni continuano ad affermare, nonostante ricerche scientifiche sull’alimentazione dell’orso dimostrino esattamente il contrario, ma perché nei centri abitati le risorse alimentari sono maggiormente concentrate. La messa in sicurezza di orti e pollai, una corretta gestione dei rifiuti organici, l’eliminazione di fonti alimentari per animali d’affezione facilmente accessibili anche per i selvatici restano in assoluto, confrontandosi con le esperienze maturate in paesi con presenze di orsi maggiori del nostro, le migliori pratiche per ridurre, se non eliminare, i conflitti con la specie.
Perché allora tante resistenze all’applicazione di queste migliori pratiche? Come si può pretendere di impedire agli orsi di servirsi al “supermercato” che abbiamo preparato loro se non chiudiamo le saracinesche neanche di notte? Come possiamo pretendere di controllare le azioni di un animale selvatico così forte e intelligente se non siamo in grado di regolamentare noi stessi?
È proprio questo l’insegnamento che l’orso ci trasmette. L’orso mette a nudo tutti i nostri limiti, le nostre riserve mentali, la nostra pigrizia. La convivenza implica una volontà e uno sforzo. Appellarsi alla “rimozione” dell’orso, all'eliminazione del problema, è solo una scorciatoia.
Se non riconosciamo la necessità di compiere questo sforzo per il bene dell’orso, ma anche per il nostro, ecco spiegato perché continuiamo ad asfaltare i sentieri di montagna per percorrerli comodamente in automobile, perché tagliamo gli alberi a bordo strada anziché rispettare i limiti di velocità, lasciamo andare in rovina i monumenti e i siti archeologici del nostro Bel Paese, la cui gestione è così onerosa, per costruire centri commerciali al loro posto e trasformiamo i parchi nazionali in parchi gioco. Tendenze assurde di cui, purtroppo, complici ignoranza, pigrizia, grettezza e avidità diffuse, facciamo esperienza ogni giorno.
L’orso ci ricorda che dobbiamo proteggere adeguatamente orti e pollai perché non siamo i soli abitanti del pianeta (anche se di questo passo lo diventeremo). Ricorda agli amministratori che non si può accontentare tutti in cambio di voti, ma che talvolta si deve applicare la legge e chiudere i piccoli allevamenti abusivi, se non altro per il decoro urbano e per le prescrizioni sanitarie. Ricorda agli utenti della strada che la velocità può ucciderli insieme alla fauna che l’attraversa e agli escursionisti che la montagna non è soltanto loro.

Per tutte queste limitazioni della libertà individuale, l’orso continua a essere percepito più come un fastidio di cui fare a meno che come il simbolo di una natura ancora sana, con tutte le ricadute positive sull'economia locale che ciò implica. È ciò che avverrà finché noi umani non saremo in grado di fare un passo indietro, così come è consigliabile fare, appunto, quando si incontra un orso sulla propria strada.

venerdì 2 giugno 2017

Ma è soltanto un orso

Copertina de Il Centro del primo giugno 2017
Doppia pagina de Il Centro del primo giugno 2017
Articolo de Il Centro del 29 maggio 2017
Quotidiano del Molise del 29 maggio 2017
Conclusione
Promemoria utile

Ieri (01/06/2017) il quotidiano Il Centro ha dedicato la copertina e due pagine intere all'Orso d’Abruzzo, cercando di riparare all'allarmismo e al sensazionalismo con cui, ad inizio settimana, aveva riportato la notizia di un incontro ravvicinato tra tre donne e un orso bruno marsicano nel centro abitato di Villavallelonga. Lo speciale di ieri ha ricordato gli ultimi episodi del rapporto uomo-orso, di una convivenza non sempre facile, dove purtroppo è sempre stato l’orso ad avere la peggio, basti ricordare su tutti gli orsi Bernardo, Stefano, Biagio… Il contrasto evidente, paradossale, tra gli articoli del 29 maggio e del 1 giugno ci induce alla riflessione. Sembrerebbe che noi umani siamo delusi dalla scoperta che l’orso cattivo viva più dentro di noi, nel nostro immaginario, che nelle valli e nelle foreste dell’Appennino Centrale al punto che alcuni giornalisti, trasformandosi per incanto da cronisti di fatti in narratori di storie, finiscono inevitabilmente per fare ricorso a un linguaggio cupo, minaccioso, e persino a ventilare l’ipotesi di abbattimento dell’esemplare, reo di aver aggredito tre donne di notte fuggendo. Ha aggredito solo perché si è alzato sulle zampe posteriori, come sua abitudine, per guardare e sentire meglio, prima di darsi alla fuga? È comprensibile lo stato d’animo delle persone che si sono spaventate trovandosi improvvisamente l’orso di fronte, ma certo non è accettabile che la realtà sia distorta per “esigenze di copione”, che un giornalista si trasformi in giudice e che, trattandosi di specie protetta, la cui uccisione è vietata dalla legge nazionale ed europea, possa istigare a una presunta legittima difesa, come tristemente avvenuto a Pettorano nel settembre 2014, con la stampa che era arrivata a parlare di orsi alti tre metri - neanche ci trovassimo in Alaska - per poi versare lacrime di coccodrillo quando il giovane orso, tutt'altro che di tre metri, è stato trovato morto per un colpo di arma da fuoco alle spalle. Occorre ricordare ancora una volta che finora non è stato registrato nessun caso di attacco da parte dell’orso marsicano all'uomo, se non episodi riconducibili a battute di caccia del passato in cui l’animale, braccato, ha giustamente reagito, mentre i danni arrecati al plantigrado dall'uomo e dalle sue attività lo hanno ridotto sulla soglia dell’estinzione. Con questo non si vuole negare la necessità di intervenire per una riduzione delle interazioni con l’uomo impedendo agli orsi di trovare cibo facile nei paesi, ma non si può restare indifferenti di fronte al ripetersi di un’informazione contraria agli sforzi di conservazione della specie. Apprezziamo che Il Centro questa volta abbia voluto dedicare il giusto spazio all'orso marsicano prima di piangerne un altro, con la speranza che toni allarmistici e mistificatori non si ripetano più e che ai lettori sia giunto più l'ultimo messaggio che quello del 29, perché in tutti noi prevalga la consapevolezza che l’orso è davvero il simbolo delle nostre terre e perderlo sarebbe un danno incommensurabile.
Come ci suggerisce Pierluigi Giorgio nella chiusura di un altro articolo del 29 maggio, pubblicato dal Quotidiano del Molise ma di tutt’altra sensibilità, riguardo al rapporto tra uomo e natura simboleggiato nel Ballo dell’Orso di Jelsi: “…Bisogna stanarlo!” invocò Jelsi, il paese. “Evitare alla bestia azioni ed offese. Con scaltrezza di uomo ed aiuto di Dio, si trasformi il demonio in un essere pio…” “Un’ombra pelosa!” qualcuno diceva “Un essere immondo!” quell’altro pensava. “Diabolico, fetido, terrifico e bestiale, inumano, satanico, reietto e brutale!” Con tanti nodi ed un forte bastone, nel gran bel mezzo della tenzone, la bestia urlante, ristretta, bloccata, in tre, quattro mosse fu tosto legata… Chi inveiva, chi bestemmiava, il parroco intanto pregava e pregava; qualcuno mosso da un ambiguo rimorso, tentava di dire: “Ma è soltanto un orso!”.
È questo sentimento di rimorso che tutti noi esseri umani dovremmo provare per la moltitudine di specie viventi di cui abbiamo compromesso e stiamo compromettendo la sopravvivenza.

mercoledì 19 ottobre 2016

Orso marsicano investito sulla SS 17

L'orso investito a Roccaraso
Ieri, 18 ottobre 2016, un giovane maschio di orso bruno marsicano di circa 3 anni è stato investito intorno alle 4.30 del mattino nei pressi del distributore Agip di Roccaraso, sulla Strada Statale 17, tristemente nota alle cronache per gli incidenti con fauna selvatica. Si tratta dell'ennesima morte annunciata, nell'ennesima inutile perdita di un esemplare di una popolazione di orso in pericolo critico di estinzione, avvenuta proprio nella maggiore area di connessione ecologica tra il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise e il Parco Nazionale della Majella in cui dovrebbero concentrarsi gli sforzi di conservazione della specie per favorirne le dinamiche di espansione volte a garantirne la sopravvivenza.
Dopo qualche ora dal suo ritrovamento su segnalazione di un passante e le cure disperate da parte del personale veterinario del Parco della Majella e del Corpo Forestale dello Stato, purtroppo il giovane maschio non è sopravvissuto all'impatto con la vettura, probabilmente un mezzo pesante, che ha fatto perdere le sue tracce; ennesima vittima innocente dell'indifferenza e della negligenza delle autorità preposte alla salvaguardia della fauna e della sicurezza degli utenti della strada, nonostante il progresso tecnologico offra soluzioni al fenomeno delle collisioni con gli animali selvatici (e non solo).
Finora sulla Statale 17 le uniche misure di mitigazione del rischio sono state quelle effettuate nel tratto di competenza dalla Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio, insieme ad alcuni interventi di recupero di sottopassi e pulizia delle aree di sosta effettuati in sinergia con le associazioni Salviamo l'Orso e dalla Parte dell'Orso, nell'ambito di un progetto di Comunità a Misura d'Orso del Genzana, ancora in corso nell'area di Pettorano sul Gizio e Rocca Pia.